Germania, la pirateria si combatte anche coi ricatti: o paghi o ti denunciamo



 

Un’inchiesta condotta dal quotidiano tedesco Der Spiegel ha confermato un curioso modus operandi, già emerso in passato, che permette alle case discografiche di battere cassa grazie ai tanti pirati informatici che quotidianamente scaricano e condividono file protetti da copyright. Il metodo è molto semplice: si rintracciano i pirati e si minacciano azioni legali, col risultato che nella maggior parte dei casi il pirata è disposto a pagare pur di finire in tribunale. E questo sistema, almeno in Germania, funziona alla grande.

Ci pensa proMedia, una società di Amburgo fondata proprio con lo scopo di rintracciare gli utenti che infrangono il copyright per conto della BVMI, l’associazione che rappresenta gli interessi dell’industria discografica tedesca, a sua volta affiliata alla IFPI, la federazione internazionale dell’industria fonografica. Finanziata dalle quattro principali etichette discografiche – EMI, Sony, Universal e Warner – proMedia assume studenti universitari e li mette a setacciare il web alla ricerca di link a file protetti da copyright.

Nel caso di cyberlocker e simili partono le segnalazioni di rimozione a Google, ma la cosa cambia di fronte al mondo dei torrent: si rintraccia l’utente e gli si propone l’accordo economico. Se negli Stati Uniti, così come in Francia o Nuova Zelanda, è necessario seguire la strada dell’ammonimento, in Germania è possibile minacciare azioni legali contro chi condivide file illegali e raggiungere accordi economici pur di non arrivare in tribunale. E questa forma di ricatto pare sia diventata la prassi.

A rivelarlo è stato un dipendente di proMedia, che per ovvi motivi ha preferito restare anonimo. Peter, questo il nome utilizzato per la soffiata, ha confermato che il ricatto è più usuale di quanto si possa pensare. Ed ha anche snocciolato una serie di dati: Universal e Warner, ad esempio, possono arrivare a chiedere ad un utente “beccato” fino a 1.200 euro, mentre la Sony si ferma a poco meno di mille euro. La cosa non è nuova, visto che soltanto nel 2008 la BVMI ha raggiunto accordi in ben 13.562 casi: paghi e non ti porto in tribunale.

proMedia, secondo le rivelazioni di Peter, al momento ha 35 dipendenti, tutti studenti, che si occupano proprio di ispezionare siti, forum e blog alla ricerca di violazioni. E, secondo la giovane talpa, non c’è nulla di male in tutto ciò, specialmente nel chiedere soldi in cambio di nessuna azione legale: “se uno viene beccato è soltanto colpa sua“. Voi che ne pensate?

Via | Spiegel

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